Bagni e profumi nell'Egitto dei Faraoni


Busto di Nefertiti.
Berlino, Museo Egizio

Erodoto, 2500 anni fa, scrive che “L’Egitto è il dono del Nilo”.
Il contrasto fra la verde vallata del Nilo e la torrida distesa di sabbie circostanti del deserto, deve avere impressionato gli abitanti dell’antico Egitto. Vivere in un ambiente così diverso, ha influenzato il loro modo di vivere e le credenze religiose. Da un lato, il fiume, che straripava, quando in cielo sorgeva Sirio, simboleggiava la vita, la ricchezza, l’opulenza; dall’altra il deserto, immagine di morte, aridità, desolazione.
Questa dualità fra la vita e la morte portarono il popolo dei faraoni ad uno stile di vita improntato all’esaltazione del lusso e della raffinatezza e a prolungare i piaceri terrestri anche nell’aldilà. In tutti i loro rituali compaiono l’ossessione dell’idea della morte in contrasto con la fugacità dell’esistenza. Nessun altra civiltà ha lasciato monumenti imponenti ed enigmatici per celebrare il trapasso a miglior vita ed è certo indicativo che gli egiziani siano stati tra le antiche popolazioni i più rinomati per l’uso d’essenze e profumi.


Vaso per unguenti.
Alabastro.
Tesoro di Tutankhamon.
Il Cairo, Museo
egizio nazionale
Parallelamente al culto della cura del corpo e dell’esaltazione dei sensi, c’è il culto dei morti, per cercare di conservare al massimo le ricchezze e le sembianze dell’uomo vivo.
Nelle tombe egiziane, sono stati trovati numerosi oggetti d’uso quotidiano, visibili nei più importanti musei del mondo.
Si faceva largamente uso dei profumi in tutte le classi sociali. Dai sacerdoti agli schiavi, ognuno poteva disporne liberamente e il consumo di queste sostanze aromatiche era enorme. I grandi sacerdoti egiziani intuirono le proprietà antibatteriche delle resine e spezie nel processo d’imbalsamazione. Ossessionati dallo spettro della morte, i faraoni cercavano di assicurarsi il credito della vita eterna bruciando quotidianamente agli dei: incenso e resine odorose che conservavano nelle stanze vicino ai templi. Ogni santuario di una certa importanza, aveva il proprio laboratorio per miscelare i profumi. Sulle antiche mura rimangono le iscrizioni delle loro ricette scolpite sulla facciata esterna, affinché tutto il popolo possa usufruirne. La più famosa, datata 2000 anni fa, fu composta per un profumo dedicato al dio Cielo e alla dea Hathor: comprendeva semi di violetta, legno simile al sandalo e profumato di Rodi, mastice, calamo, carruba, incenso, scorza di storace, acqua e vino forte. I sacerdoti, dirigevano questi rituali, anche per mesi. Spesso le preparazioni erano complicate: le erbe e i legni pregiati, dovevano essere finemente tritati nei mortai, mentre le gomme e le essenze erano sciolte a fuoco lento e si utilizzavano il vino, l’olio e il miele per amalgamare tutti gli ingredienti. Durante queste operazioni, il sacerdote recitava ad alta voce le formule speciali che dovevano accompagnare le fasi della lavorazione.


Cucchiaino per cosmetici
a forma di portatrice.
Parigi, Museo del Louvre

Queste misture, non si usavano solo per fumigazioni. Si aggiungevano al miele per profumare l’alito. Una delle massime raffinatezze consisteva nel portare sulla testa un piccolo cono colmo di pomate profumate e man mano che aumentava il calore del giorno, il preparato si scioglieva gocciolando lungo la parrucca e i vestiti. Gli egiziani amavano i profumi per il loro aroma che spesso identificavano con la manifestazione della divinità e come tali li usavano e non come altri popoli per nascondere gli odori corporei.
Gli egiziani avevano per il corpo un vero e proprio culto. Le pratiche d’igiene quotidiana, dai templi erano passate prima ai re e poi al popolo. Quintali d’essenze si consumavano per la toilette giornaliera. Il faraone era l’unico a fruire di una vera e propria stanza da bagno, ma tutti avevano l’abitudine di lavarsi. Furono i pionieri degli igienisti e loro hanno organizzato i primi bagni pubblici adottati in seguito con il sistema delle terme da Greci e Romani. Dopo le abluzioni, le donne si ungevano il corpo con oli e balsami profumati, proteggendosi in tal modo dagli effetti nocivi del sole, lubrificando la pelle con sostanze emollienti. Usavano oli vegetali estratti dalla mandorla, dal sesamo, dal cartamo, dall’oliva e dal rafano e a questi, aggiungevano le essenze, di cui conoscevano le virtù terapeutiche, per mantenere il tono e l’elasticità della pelle, prevenire le rughe, ritardare il processo d’invecchiamento. Resine balsamiche come il cedro, il cipresso e la mirra. Le donne usavano acque di fiori profumate alla rosa, alla violetta, al giglio, al loto, alla ninfea. Per mantenere la morbidezza e la freschezza, bagnavano il viso e il corpo con il latte e con il miele.


Cassetta di polveri
da trucco.
Torino, Museo Egizio

Le donne più ricche si facevano massaggiare dalle schiave con una pomata alla rosa o un unguento a base di mandorla dolce, miele, vino aromatico, resine e cannella. Poi si apprestavano ai riti del trucco in cui erano molto esperte, come appare evidente dalle raffigurazioni pittoriche. Con il kohl allungavano la linea dell’occhio e disegnavano sopracciglia; con polvere nera e verde dipingevano le palpebre.
Il kohl, polvere a base d’incenso, esercitava anche un’azione antisettica proteggendo gli occhi dalle infezioni, comuni nei paesi africani che si propagavano facilmente a causa dei venti forti e caldi del deserto e quando per la torrida temperatura, le acque del Nilo ribollivano. I capelli erano unti con oli profumati dall’azione nutriente e protettiva.
Indossavano la parrucca blu scuro o cambiavano il colore dei capelli con la tintura. Usavano polvere di henne per dare ai capelli un riflesso ramato e sempre con l’henna, tingevano di rosso il palmo delle mani e la pianta dei piedi. Con la polvere di cartamo, tinteggiavano tutto il corpo di una sfumatura rosea. Con la polvere d’oro tingevano le unghie e i denti; con la terra rosso ocra, le labbra e le guance.
L’apice della lussuria, fu toccato sotto il regno di Cleopatra, con il suo sfrenato amore per lo sfarzo e i profumi che, come narra la leggenda, impregnò di profumo le velature delle sue navi che facevano viaggi nei paesi limitrofi per acquistare le essenze. Nefertiti, si bagnava in una vasca con fiori di gelsomino prima di farsi ungere il corpo con olio di sandalo, d’ambra ed estratti di fiori di ninfea, di loto e di farsi tingere di blu le vene delle braccia ornate da tanti bracciali tintinnanti.


Giardino e piscina.
Pittura su gesso.
Tomba egizia.
Londra. British Museum
Gli uomini, prima di partecipare a banchetti o cerimonie, completavano le loro abluzioni con unguenti profumati e poi indossavano un corto e spesso indumento di cotone bianco che partiva dai fianchi e s’incrociava sul davanti: il vestito da cerimonia. Tanti sono gli accessori da toilette ritrovati nelle tombe dei faraoni. Gli oli da bagno, gli emollienti per radersi e depilarsi, i balsami per idratare la pelle e i profumi erano conservati in bottiglie e vasi di vetro, di terracotta, onice o alabastro, mentre i prodotti per la cosmesi come cipria, fard, ombretti, polveri e trucchi erano contenuti in scatole di legno, d’osso o d’avorio decorate con motivi di pesci e d’uccelli. Astucci, bastoncini per gli occhi, specchi, pettini, avevano spesso raffigurato la figura di un gatto, simbolo d’accurata pulizia.
La qualità dei profumi egizi era molto elevata e ne sono state trovate tracce odorose anche migliaia d’anni dopo durante l’apertura della tomba di Tutankhamon nel 1922. Questo è stato possibile per via del clima secco e la scarsa circolazione d’aria nelle tombe. Gli stessi fattori, hanno favorito la conservazione dei papiri. Il più famoso, per l’interesse medico è il papiro di Herpes che risale al 2000 a.c. lungo venti metri per ottanta centimetri d’altezza, ben conservato, fornisce tante informazioni sulla farmacologia dell’Egitto antico. La medicina era diventata una scienza fin dalla prima dinastia dei faraoni. I grandi sacerdoti furono i primi dispensatori di farmaci e trasmettevano ai medici le loro conoscenze sulle proprietà delle piante. Osservando fenomeni specifici, cominciarono a raccogliere un numero di dati codificando queste esperienze in precise regole a cui attenersi alla presenza di determinati sintomi. Fu così che nacquero i papiri, una specie di trattati di farmacologia con numerose prescrizioni dove si citano più di 500 specie di piante.
La scrittura in Egitto è stata inventata 4000 anni prima di Cristo ed è esercitata dagli “scriba” che sedevano davanti ai templi a gambe incrociate copiando con precisione poemi, storie, canti, ballate e trascrivendo ricette e formulari sui papiri. I medici dettavano loro i propri consigli e c’erano specialisti per ogni malattia con una certa fama anche all’estero. I principi seguiti, sono quelli ripresi il giorno d’oggi dalla medicina naturopatica: prevenire per evitare di curare. I medici dei faraoni avevano capito che la causa primaria della malattia deriva spesso dall’eccesso di cibo.
Per gli antichi romani, consultare lo specialista egiziano, era il massimo della raffinatezza. Le ricette dei grandi medici classici Ippocrate, Dioscoride, Galeno, sono la fedele trascrizione delle formule dei papiri. I faraoni, si occupavano personalmente degli studi scientifici. Le biblioteche mediche erano custodite presso i templi.
I sacerdoti, con i vari metodi d’imbalsamazione, riuscivano a fondere medicina e religione. Ancor oggi, non si conoscono tutte le sostanze usate in tale procedimento; il più conosciuto era il galbano, perché era anche una delle essenze più ricercate per la cosmesi delle donne egiziane. Fra gli oli, c’era il cedro, di cui non si sa se fosse ottenuto per la spremitura del legno o se fossero stati a conoscenza di un primitivo processo di distillazione.
Gli straordinari risultati ottenuti con i processi d’imbalsamazione, oltre che per i fattori climatici già considerati, si spiegano anche con la conoscenza dei prodigiosi principi attivi contenuti nelle essenze e nelle resine che hanno proprietà antimicrobiche.